Riserve auree italiane: l’oro della Banca d’Italia torna nel dibattito con la Manovra

Nella corsa affannosa a chiudere la Manovra, tra saldi che non tornano e rivendicazioni di partito, l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle riserve auree è apparso come un lampo scenografico più che come una soluzione concreta. La proposta — stabilire per legge che «l’oro della Banca d’Italia appartiene allo Stato, in nome del popolo italiano» — è stata comunque ammessa all’esame della commissione Bilancio del Senato.

Ma il suo effetto reale, al netto della retorica, è pressoché nullo: le riserve sono già pubbliche, iscritte nel bilancio della Banca d’Italia per 197 miliardi di euro. Ma essendo vincolate al funzionamento dell’euro, competenza esclusiva dell’Unione europea, non si possono toccare. Non sono, cioè, a disposizione del governo che è attualmente in cerca di un miliardo di euro (o forse più) per far quadrare la prossima legge di Bilancio. È dunque difficile sottrarsi all’impressione che l’emendamento proposto da Lucio Malan (FdI) sia più un gesto politico, un segnale identitario in un momento di difficoltà nella quadratura dei conti, che non un intervento destinato a cambiare qualcosa.

L’oro conservato dalla Banca d’Italia non è un tesoro da fiaba né un patrimonio dormiente da trasformare in liquidità. È una componente delle riserve ufficiali dello Stato, accanto alle valute estere e ai titoli di alta qualità.

La sua funzione è di natura prudenziale: l’oro mantiene valore nei momenti di crisi, quando le valute si indeboliscono o i mercati diventano volatili. Non dipende dalla solvibilità di un emittente e non è legato a una politica fiscale o monetaria specifica.

È, in sostanza, un’assicurazione: il bene rifugio per eccellenza, utile nei casi estremi — crisi valutarie, shock geopolitici, problemi di liquidità — e indispensabile per la credibilità internazionale di un Paese ad alto debito come l’Italia. Non nasce per essere venduto, ma per proteggere.

Con 2.452 tonnellate, l’Italia è il terzo Paese al mondo per riserve auree, dopo Stati Uniti e Germania (diventa quarto se consideriamo anche il Fondo monetario internazionale). La riserva è composta in larghissima parte da lingotti — oltre 95 mila — e in misura minore da monete.

Circa la metà è custodita nei caveau della Banca d’Italia, mentre il resto è distribuito tra Stati Uniti, Svizzera e Regno Unito: una collocazione che risponde sia a ragioni storiche, legate ai luoghi in cui molte riserve furono acquistate, sia a una logica di diversificazione che riduce i rischi operativi e facilita eventuali operazioni tecniche nell’ambito dell’Eurosistema.

Alle quotazioni attuali dell’oro, il valore di questo patrimonio si colloca nella forchetta dei 250–280 miliardi di euro: una stima variabile, naturalmente, perché legata all’andamento del mercato. Ma si tratta di un valore soltanto teorico: convertire una parte significativa della riserva in risorsa di bilancio — operazione possibile solo in circostanze estreme — significherebbe snaturarne la funzione e rischierebbe di inviare ai mercati un segnale di fragilità.

Di chi è davvero l’oro: lo Stato o la Banca d’Italia?
La risposta, per chi conosce la normativa, è semplice: l’oro è un bene pubblico, ma la gestione spetta per legge alla Banca d’Italia, che lo amministra nell’ambito delle regole dell’Eurosistema.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea non usa mai il termine «proprietà», perché nel sistema delle banche centrali la distinzione tra proprietà e funzione è irrilevante: conta chi è legittimato a gestire le riserve per garantire la stabilità monetaria. E quel soggetto è la banca centrale, non il governo.

Per questo ogni intervento legislativo che modifichi anche solo formalmente la cornice esistente dovrebbe essere notificato alla Bce, che ieri ha fatto sapere di non essere stata consultata. Un dettaglio che aumenta i dubbi sulla reale finalità dell’emendamento.

Perché l’emendamento preoccupa così tanto
Non è che l’emendamento — da solo — modifichi oggi la realtà delle riserve auree: non trasforma l’oro in liquidità, non svuota caveau, non crea immediatamente nuovi soldi. Il punto è un altro: l’emendamento suggerisce che l’oro — finora gestito in autonomia dalla Banca d’Italia per conto del paese — possa diventare oggetto di decisione politica. E questo spostamento di prospettiva è cosa seria.

In primo luogo, perché invita i mercati a leggere la riserva come un salvadanaio potenzialmente disponibile: in finanza, vendere oro delle riserve centrali è storicamente percepito come segnale di debolezza o bisogno di liquidità. Un Paese che attinge all’oro fa pensare a difficoltà, non a stabilità.

In secondo luogo, perché l’idea di attribuire all’esecutivo — o al Parlamento — una disponibilità su qualcosa che fino a ieri era considerato «fondo di garanzia» per la nostra moneta e per la stabilità finanziaria, mette in discussione l’indipendenza della banca centrale, che in un sistema come l’€uro è uno dei pilastri per evitare che logiche politiche interferiscano con la politica monetaria.

Poi c’è l’aspetto «sistemico»: le riserve auree non sono solo un fatto nazionale, ma parte di un insieme di asset che contribuiscono a dare credibilità all’intero sistema monetario europeo. Se anche un solo Paese cominciasse a pensare all’oro come ad un «tesoretto da spendere», il segnale che si manderebbe — anche solo potenziale — sarebbe destabilizzante.

Infine, c’è il piano simbolico: dichiarare che quell’oro «appartiene al popolo» rischia di creare l’illusione che esista una «ricchezza nascosta» disponibile all’uso. E per un lettore medio potrebbe far sembrare l’operazione come una soluzione facile (vendiamo l’oro e risolviamo il bilancio) quando in realtà le conseguenze — sul piano economico, istituzionale e di credibilità — potrebbero essere gravi.